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I miei undici lavori, e cosa mi è costato ognuno

Gli errori del primo lavoro che ho fatto io in undici lavori da studente: la paga che non restava, i posti dove non si poteva riuscire, i soldi mai chiesti.

4 ottobre 2026 · 9 min di lettura

Hai appena iniziato il tuo primo lavoro, o stai per accettarlo, e hai quella sensazione strana: ti sembra un'occasione, ma qualcosa non ti torna e non sai dire cosa. Oppure ci sei dentro da mesi, e ti accorgi che stai lavorando tanto e non ti resta niente in mano. Non sei tu che sei sbagliato. È che nessuno ti spiega gli errori del primo lavoro prima che tu li faccia.

Io li ho fatti quasi tutti. Ho fatto undici lavori prima di arrivare a quello che faccio oggi, quasi tutti sottopagati, un paio in perdita netta. Qui sotto c'è il conto di ognuno: non solo quanto mi davano, ma quanto mi è costato. Perché sono due numeri diversi, ed è lì che si sbaglia.

Il conto, lavoro per lavoro

Prima tutto insieme, poi ti spiego gli errori che ci stanno dietro. Dove non ho la cifra esatta lo scrivo, invece di inventarla.

#LavoroCosa prendevoCosa mi è costato davveroL'errore
1Promoter per una scuola di inglese, Imola40-50 € a pomeriggioPomeriggi da solo al mercato, dove non passava nessunoAccettare un lavoro dove non si poteva riuscire
2Chioschista al Villaggio della Salute, a 17 anni600-800 € al mese, a chiamataPiù benzina di quanto guadagnassiGuardare la paga scritta, non quella che resta
3Controllo green pass, Imola e BolognaNon ho la cifraNiente: mi ha aperto la porta agli eventiNessuno, è andato bene
4Steward a convegni, BolognaNon ho la cifra100 € da Zara per il completoNessuno: lì ho capito cosa vale l'affidabilità
5Sondaggi ai piloti Tesla, ModenaNon ho la cifraUn pieno intero: guadagno netto zeroCosti miei, lavoro loro
6Steward Mercedes, autodromo di ImolaNon ho la cifraGiornate a morire di caldo in maglietta nera e jeansNiente di grave: caldo e poco altro
7Bar in centro, ImolaSpesso 4 € l'ora realiDieci chili in due mesiRestare dove ti tolgono più di quello che ti danno
8Locale dentro l'autodromo7,23 € l'ora, 400-800 € al meseUn'estate intera senza i miei amiciDire sì a tutto
9Fotografo, primo cliente, Torino150 €40-50 ore, due giorni e mezzo di riprese, il cliente persoPrendere un lavoro più grande di me senza dirlo
10Fotografo per un social media manager250 € al meseFatica a farmi pagareLavorare per uno che bruciava i soldi
11Content manager per una startup1.560 € in due mesi e mezzoMesi gratis, nessun contrattoVergognarmi di chiedere i soldi

Se la guardi tutta insieme, vedi una cosa: gli errori che mi sono costati di più non sono quelli dove mi pagavano poco. Sono quelli dove non ho fatto una domanda.

Errore 1: guardare la paga scritta e non quella che resta

Il primo errore che fanno quasi tutti è leggere la cifra dell'annuncio e fermarsi lì.

Ad agosto a Modena facevo sondaggi ai piloti Tesla davanti al supercharger: Tesla non poteva sapere da dove venivano e dove andavano, quindi serviva una persona vera che glielo chiedesse. Faceva un caldo insopportabile. Io stavo in macchina con l'aria condizionata accesa, a motore acceso, fra un pilota e l'altro. A fine giornata, tra andata, ritorno e aria condizionata, avevo bruciato un pieno intero. Guadagno netto: zero. Ho lavorato un giorno per pagare la benzina.

Era lo stesso errore che avevo già fatto a diciassette anni al chiosco, con mezz'ora di macchina per andare e mezz'ora per tornare. Non l'avevo capito la prima volta, e l'ho ripetuto.

La regola è semplice e quasi nessuno la applica: la tua paga vera è quello che ti resta, diviso per tutte le ore che quel lavoro ti prende, viaggio compreso. Se un lavoro ti chiede di usare la tua macchina, il tuo telefono, i tuoi vestiti, quei soldi vanno tolti dalla paga, non aggiunti al tuo «investimento». Il conto passo per passo l'ho scritto in i costi nascosti di un lavoro: fallo prima di dire sì, non a fine estate.

Errore 2: accettare un lavoro dove non si può riuscire

Il mio primo lavoro in assoluto era fare il promoter per una scuola di inglese. Mi pagavano a contatto raccolto: ogni tot persone che lasciavano i dati per una settimana di inglese gratis, prendevo qualcosa. Un pomeriggio buono valeva 40-50 euro.

Il problema non era la paga. Era che mi piazzavano da solo al mercato di Imola, dove non passava nessuno. E anche quando qualcuno lasciava il numero, la settimana gratis non diventava quasi mai un cliente. Io facevo tutto giusto, e non poteva funzionare lo stesso.

Lo stesso a Modena: nessuno credeva che lavorassi per Tesla, perché non avevo addosso niente di Tesla. Maglietta, jeans e un paio di Air Force. Mi chiedevano di rappresentare un'azienda senza darmi niente che lo dimostrasse.

E il peggiore, a Torino. Un contatto mi aveva detto «vieni su tranquillo, ti trovo lavori». Mi ha passato un progetto per cui ero enormemente sottoqualificato: non avevo nemmeno l'attrezzatura. Ho fatto tutto da solo, riprese e montaggio. 150 euro per almeno quaranta-cinquanta ore, più due giorni e mezzo di riprese, più l'attrezzatura. Il video non è piaciuto per come era stato impostato il lavoro, e la colpa è caduta su di me. Ho perso il cliente. Tre giorni dopo ho visto quello stesso tizio fotografare il mio ex cliente col figlio appena nato.

L'errore, in tutti e tre i casi, è lo stesso: non mi sono chiesto se chi mi dava il lavoro aveva pensato a come avrei fatto io a riuscirci. La domanda da fare prima di iniziare è una: «Chi ha fatto questo lavoro prima di me, quanto ha portato a casa?». Se non c'è nessuno prima di te, o la risposta è vaga, sei tu l'esperimento. E gli esperimenti si pagano di più, non di meno.

La guida completa con gli undici lavori messi a confronto su paga, orari e quanto ti lasciano studiare è dentro l'area gratuita: entri con la mail, niente password, niente carta. La trovi su studentelavoratore.com/entra.

Errore 3: restare dove ti tolgono più di quello che ti danno

Questo è l'errore che non si vede in busta paga, ed è quello che ti cambia di più.

Al bar in centro a Imola, da aprile a ottobre della quinta superiore, il titolare certe sere mi diceva che poteva pagarmi meno del pattuito perché non era venuta abbastanza gente. Più volte ho lavorato per quattro euro l'ora. E io restavo. Diciassettemila passi al giorno, e la regola che se ti sedevi a mangiare voleva dire che non c'erano clienti. In due mesi sono passato da settanta a sessanta chili. Quando gliel'ho fatto notare con garbo, si è offeso. «Non venire più.» «Va benissimo, ciao.» Tre mesi dopo mi ha richiamato. Era tardi.

Al locale dentro l'autodromo, il primo anno di università, finalmente avevo un contratto: 7,23 euro l'ora, il mese record 800 euro, e con quegli 800 euro mi sentivo ricco. Ma lavoravo venerdì, sabato e domenica, cioè esattamente quando uscivano i miei amici. Un'estate intera senza uscire con nessuno: erano loro che passavano al locale a bere qualcosa apposta per vedermi.

Nessuno dei due posti mi ha fregato in modo plateale. Mi hanno preso il corpo e le uniche ore in cui gli altri vivono, un pezzo alla volta, e io l'ho chiamato «lavorare». Se ti riconosci qui, leggi come si riconosce un lavoro che ti sta sfruttando: ci sono i segnali uno per uno. E se il problema è che non riesci a dire di no ai turni, c'è dire di no a un turno senza perdere il posto.

Errore 4: non chiedere. Il prezzo, le condizioni, i soldi

Questo è quello che mi è costato di più, in soldi veri.

Alla startup facevo il content manager: due reel a settimana, script miei, riprese mie, montaggio mio. Ero il centro dei loro video. Passa un mese e non mi pagano. Ne passano due, e non mi pagano. Mi vergognavo di chiedere. Dopo due mesi e mezzo ne ho parlato ai miei, che mi hanno fatto una doccia fredda. Ho smesso di consegnare proprio quando partiva il calendario di Natale: «finché non mi pagate non vi do niente». È finita male, e ho scoperto che i mille euro al mese di cui si parlava non erano per me, ma per l'intero reparto contenuti. Totale per due mesi e mezzo: 1.560 euro, ritenuta d'acconto compresa. Nessun contratto firmato.

Prima ancora, il social media manager che mi dava 250 euro al mese per tre clienti — una marca di gin e una gioielleria — comprava like e follower finti per quei clienti. I post non portavano niente, e io facevo fatica a farmi pagare perché i soldi finivano lì. Le foto sono ancora nel mio portfolio. I soldi, in parte, non li ho mai visti.

Nessuno di loro mi stava truffando apertamente. È bastato che io non chiedessi. Quanto, quando, per cosa, scritto dove. Non chiedere costa molto più che chiedere male. Cosa mettere per iscritto prima di iniziare è in cosa devi avere per iscritto prima di iniziare a lavorare, e come si chiedono i soldi senza sentirsi in imbarazzo in farsi pagare: come si chiede.

Quello che invece è andato bene, e perché

Non è stato tutto da buttare. Il controllo dei green pass, in quinta, mi ha aperto la porta agli eventi. Da lì sono finito a fare lo steward ai convegni a Bologna, col completo da cento euro comprato da Zara. Ed ero bravo: mi mettevano sempre nei punti importanti. Un giorno, in una stanza con dentro Mario Draghi, c'era lui, il suo staff, e io appoggiato alla porta. Gli altri sei o sette colleghi erano sparsi nei corridoi. Stessa paga, stesso lavoro: c'è chi finisce nel corridoio e chi nella stanza. Non è fortuna. È che qualcuno ti ci mette perché si fida di te.

E l'ultima cosa, quella che vale più di tutte le altre. Dopo questi undici lavori sono passato alla vendita, e solo lì ho capito cosa mi mancava prima: se avessi saputo vendere, il lavoro da fotografo l'avrei venduto molto meglio. Stessi scatti, stesso portfolio, prezzi e clienti diversi. Se ti incuriosisce, ne ho scritto in vendere: il mestiere che quasi nessuno considera. Non è un invito, è una cosa che avrei voluto sapere a diciott'anni.

Gli errori del primo lavoro, in una lista da tenere sul telefono

Se dovessi ridurre undici lavori a cinque domande, sarebbero queste. Falle prima di dire sì:

  1. Quanto mi resta? Paga meno benzina, mezzi, vestiti, telefono, diviso per tutte le ore, viaggio compreso.
  2. Si può riuscire? Chi l'ha fatto prima di me cosa ha portato a casa? Mi danno quello che serve per farlo?
  3. Cosa mi toglie? Le sere, i weekend, il sonno, gli esami, il cibo. Scrivilo, perché in busta paga non ci sarà.
  4. È scritto da qualche parte? Paga oraria, quando si paga, cosa succede se si annulla. Anche solo un messaggio WhatsApp.
  5. Ho chiesto? Se c'è una cosa che non ho chiesto perché mi vergognavo, è quella che mi costerà di più.

La cosa da fare domani

Apri le note del telefono e fai la tabella sopra per il lavoro che hai adesso, o per quello che ti hanno proposto. Quattro colonne: cosa prendi, cosa ti costa davvero, quante ore ti prende in tutto, cosa non hai chiesto. Se l'ultima colonna non è vuota, domani mandi quel messaggio. Uno solo, chiaro: «Volevo confermare la paga oraria e quando viene pagata, me lo scrivi?». È la domanda che a me sarebbe valsa più di tutti gli undici lavori messi insieme.

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