«Da domani non venire più»: cosa puoi fare se ti hanno licenziato a voce
Licenziamento verbale: per legge non vale, ma se te ne vai senza fare niente rischi di passare per dimissionario. Le tre mosse da fare nei primi giorni.
Fine turno, il capo ti chiama da parte. Due frasi, tono secco: «Non funziona, da domani non venire più». Niente lettera, niente email, niente. Tu torni a casa, ci rimugini tutta la notte, e la mattina dopo non sai neanche cosa sei: licenziato? Sospeso? Ancora assunto? E soprattutto: puoi farci qualcosa, o hai solo perso un lavoretto?
La risposta breve è che un licenziamento solo a voce, per la legge italiana, non vale. La risposta lunga è che non vale se ti muovi bene, e che il modo più comune per perdere questa partita è non fare niente.
Il licenziamento verbale non vale: cosa dice la legge
Il datore di lavoro che vuole licenziarti deve farlo per iscritto. Lo dice la legge 604 del 1966, ed è una regola di forma, non un dettaglio burocratico: senza lo scritto il licenziamento è come se non ci fosse.
Per chi è stato assunto dopo il 7 marzo 2015 — cioè tu, quasi sicuramente — le conseguenze le fissa il decreto legislativo 23 del 2015, quello delle «tutele crescenti». Il licenziamento orale è trattato come quello nullo, il caso più grave, e vale qualunque sia la dimensione dell'azienda: anche il bar con due dipendenti. In pratica, se un giudice ti dà ragione:
- hai diritto a tornare al tuo posto (reintegrazione);
- ti spetta un risarcimento pari agli stipendi persi dal giorno in cui ti hanno mandato via a quello in cui rientri, mai meno di cinque mensilità, con i contributi versati;
- se non vuoi tornarci — e spesso non vuoi — puoi chiedere al posto del rientro un'indennità di quindici mensilità.
Detto così sembra una vittoria facile. Non lo è, per un motivo che nessuno ti spiega: davanti a un giudice, sei tu che devi dimostrare che ti hanno mandato via. Se il capo dice «non l'ho licenziato, ha smesso di presentarsi lui», la parola sua vale quanto la tua. Tutto quello che segue serve a non trovarti in quella posizione.
La trappola: se smetti di andare, rischi di diventare tu quello che se n'è andato
Qui c'è la cosa più importante di tutto l'articolo, ed è una regola recente.
Dal 2016 le dimissioni si danno solo online, con la procedura telematica sul sito del Ministero del Lavoro (o tramite patronato e sindacato). Per anni questo ti ha protetto: senza quella procedura nessuno poteva dire che ti eri dimesso.
Ma il Collegato lavoro del 2024 (legge 203/2024) ha aggiunto le cosiddette dimissioni per fatti concludenti: se resti assente senza giustificazione oltre il termine previsto dal tuo contratto collettivo — o, se il contratto non dice niente, oltre quindici giorni — il datore può comunicarlo all'Ispettorato del lavoro e il rapporto si considera chiuso per tua volontà.
Mettiti nei panni del capo furbo: ti dice a voce «non venire più», tu giustamente non vai più, passano quindici giorni, e lui comunica che hai abbandonato il posto. A quel punto non sei più uno licenziato male: sei uno che si è dimesso. E chi si dimette, oltre a perdere la tutela, perde la NASpI, la disoccupazione, che spetta solo a chi il lavoro lo perde senza volerlo.
La legge ti lascia una difesa: puoi dimostrare che non sei andato perché non potevi, o perché ti hanno impedito di lavorare. Ma di nuovo, va dimostrato. Ed è per questo che servono le prossime tre mosse.
Le tre mosse da fare nei primi giorni
1. Metti per iscritto che ti hanno mandato via, e che tu sei disponibile a lavorare. Lo stesso giorno o il giorno dopo, scrivi al datore — meglio una PEC o una raccomandata con ricevuta di ritorno, come minimo un'email o un messaggio WhatsApp che resti salvato. Il tono è calmo, i fatti sono precisi. Qualcosa come:
«Ieri, [data], al termine del turno, lei mi ha detto a voce di non presentarmi più al lavoro. Non ho ricevuto nessuna comunicazione scritta. Le confermo che resto a disposizione per riprendere servizio secondo i turni concordati, e le chiedo di comunicarmi per iscritto la sua decisione.»
Questa lettera fa due cose insieme: fissa una data e un fatto (ti hanno mandato via), e smonta in anticipo la storia dell'abbandono (tu ti sei offerto di lavorare). In linguaggio tecnico si chiama offerta della prestazione, ed è la cosa che più spesso manca a chi poi perde.
2. Raccogli le prove prima che spariscano. Screenshot dei messaggi del capo, dei gruppi WhatsApp dei turni da cui magari ti tolgono, dei turni assegnati ad altri al posto tuo. Il nome dei colleghi che erano presenti quando te l'ha detto. Le ultime buste paga. Se il gruppo turni ti viene chiuso domani, quello che hai salvato oggi è tutto quello che avrai.
3. Vai da un sindacato o da un patronato entro la settimana. L'ufficio vertenze di un sindacato di categoria (per bar e ristoranti è il commercio-turismo-servizi di CGIL, CISL o UIL) ti dice se il tuo caso tiene e ti aiuta con la lettera di impugnazione. Il primo colloquio di solito non costa niente; se poi si apre una vertenza, chiedi prima quanto ti costa, perché ogni sede ha le sue regole (tessera, percentuale sul recuperato). Un avvocato del lavoro è l'alternativa, quando la cifra in gioco lo giustifica.
Sui tempi: per impugnare un licenziamento la legge dà sessanta giorni dalla comunicazione scritta. Per quello solo a voce, secondo l'orientamento prevalente della Cassazione, quel termine non scatta, proprio perché lo scritto non c'è. Non giocartela su questo. I giudici guardano anche quanto ci hai messo a reagire, e una lettera spedita il giorno dopo vale molto più di una spedita dopo tre mesi.
La guida completa su come scrivere la lettera al datore e cosa portare al primo incontro col sindacato è dentro l'area gratuita: entri con la mail, niente password, niente carta. La trovi su studentelavoratore.com/entra.
Dipende da che contratto avevi (e se lo avevi)
Non tutti i «non venire più» sono uguali. Quello che puoi fare cambia molto con il tipo di rapporto:
| Che rapporto avevi | Il «non venire più» a voce… | Cosa fai |
|---|---|---|
| Dipendente (tempo indeterminato, determinato, part-time) | Non vale: serve lo scritto | Le tre mosse sopra, subito |
| Contratto a chiamata | Spesso non ti licenziano: smettono di chiamarti, e il contratto resta in piedi senza turni | Chiedi per iscritto se il rapporto è chiuso; se avevi firmato l'indennità di disponibilità, quella ti spetta finché il contratto c'è |
| Periodo di prova | Durante la prova entrambi potete chiudere senza motivo e senza preavviso | Controlla sul contratto quanto dura la prova e se ti hanno pagato tutte le ore fatte |
| Prestazione occasionale | Non sei un dipendente: non esiste un licenziamento da impugnare | Fatti pagare quello che hai già fatto, con la ricevuta firmata |
| In nero | Formalmente non c'è niente da licenziare | Puoi comunque far riconoscere il rapporto: servono prove, e qui il sindacato è indispensabile |
Il caso del contratto a chiamata è quello che frega di più, perché non sembra un licenziamento: semplicemente il telefono smette di suonare. L'ho spiegato meglio in contratto a chiamata: come funziona davvero. E se il tuo problema è che un accordo scritto non l'hai mai avuto, il punto di partenza è cosa devi avere per iscritto prima di iniziare a lavorare.
«Va benissimo, ciao»: quello che ho sbagliato io
A me il «non venire più» è arrivato in un bar in centro a Imola, l'ultimo anno di superiori. Avevo fatto notare al titolare, con tutto il garbo che avevo, che in due mesi ero sceso da settanta a sessanta chili e che mi serviva un po' di tempo per mangiare. Lui l'ha presa come un'offesa. «Non venire più.»
Ho risposto «va benissimo, ciao», e me ne sono andato. Non ho scritto niente, non ho chiesto niente, non ho salvato niente. Lì per lì mi sembrava la cosa più dignitosa da fare, e per la mia testa probabilmente lo era: quel posto mi stava consumando, e andarmene è stata la scelta giusta.
Ma il punto è che non era una scelta informata. Non sapevo che un licenziamento a voce non vale, non sapevo che si può chiedere conto delle sere pagate quattro euro l'ora invece di quanto pattuito, non sapevo nemmeno che esisteva un ufficio vertenze. Me ne sarei andato lo stesso, forse. Ma avrei potuto andarmene con quello che mi spettava, invece che solo con dieci chili in meno. Il titolare tre mesi dopo mi ha pure richiamato, perché non trovava nessuno. Era tardi per lui. Per i miei soldi, era tardi da subito.
Non devi per forza fare causa a chi ti manda via. A volte la cosa più sana è chiudere e voltare pagina. Ma deciderlo sapendo cosa stai lasciando sul tavolo è un'altra cosa rispetto a lasciarcelo perché nessuno te l'ha detto.
La cosa da fare domani
Se ti è appena successo: stasera scrivi la lettera della mossa 1, copiando il modello qui sopra con data e ora vere, e mandala per PEC o raccomandata (se non hai una PEC, anche un'email più un messaggio WhatsApp, intanto, purché restino salvati). Poi fai gli screenshot di tutto: chat col capo, gruppo turni, ultime buste paga. Domani mattina cerca su Google «ufficio vertenze» più il nome della tua città e del sindacato che preferisci, e prendi un appuntamento in settimana. Porta tutto quello che hai salvato e il contratto, se ce l'hai.
Se invece non ti è successo, apri adesso la cartella dove tieni il contratto. Se non sai dove sia, o non ce l'hai mai avuto, il problema è già cominciato: leggi come si riconosce un lavoro che ti sta sfruttando e chiedi una copia firmata al prossimo turno.
Hai una domanda su questa cosa? Scrivimi in DM, rispondo io. Link: https://ig.me/m/ale.towro
